Leonberger by Patty
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2011-05-11 10:25:33 - News
Leishmaniosi canina, prima malattia parassitaria nel cane e nell'uomo, tutte le informazioni sulla leishmaniosi e Scalibor Map® APP
CHE COS'E' LA LEISHMANIOSI
Le leishmaniosi comprendono un vasto gruppo di malattie causate da protozoi (parassiti intracellulari) del genere Leishmania. In Italia come in tutti i Paesi sud-europei che si affacciano sul Mediterraneo la leishmaniosi è presente in due forme endemiche: viscerale, causata da Leishmania infantum e cutanea sporadica, causata da ceppi meno virulenti della stessa specie. Si tratta di una zoonosi, cioè di una patologia che si trasmette dall’animale all’uomo, anche se in questo caso ci troviamo di fronte a una zoonosi di tipo indiretto; questo significa che la trasmissione non può avvenire per contatto diretto uomo-animale ma solo tramite insetto vettore, il flebotomo o pappatacio, che infettato sull’unico serbatoio di infezione, il cane, va a pungere una varietà di animali a sangue caldo, tra cui l’uomo. Il cane è il serbatoio comprovato della leishmaniosi: in questo animale l’infezione, trasmessa dal vettore durante la stagione estivo-autunnale, può decorrere in maniera inosservata per mesi o anni, ma circa il 40% dei cani mostra una progressione costante e inevitabile verso una grave malattia viscero-cutanea. Un cane con infezione progressiva non è più curabile in modo risolutivo: le terapie in uso possono solo migliorarne lo stato clinico e quindi la durata e qualità di vita, mentre influiscono solo parzialmente sulla sua natura di serbatoio dell’infezione. Nell’uomo le leishmaniosi sono caratterizzate da un ampio spettro di manifestazioni cliniche, determinato in primo luogo dalla specie parassitaria ma influenzato anche dallo stato immunitario dell’ospite: si va da gravi forme sistemiche a disseminazione viscerale a forme cutanee benigne che tendono alla risoluzione spontanea. Negli ultimi anni, grazie allo sviluppo di tecniche diagnostiche molecolari, è stato dimostrato che le forme cliniche di leishmaniosi umana rappresentano solo la “punta dell’iceberg”, perché nella maggior parte degli individui venuti a contatto con il parassita l’infezione è del tutto asintomatica. Una particolarità epidemiologica delle leishmaniosi umane è data dalla fluttuazione pluriennale della casistica, caratterizzata da picchi alternati a periodi di latenza che abbracciano molti decenni. Al momento è in atto una fase storica di “ri-emergenza”: dopo il picco postbellico, nelle decadi 1960-80 i casi di leishmaniosi viscerale erano ridotti ad alcune decine. Dalla fine degli anni ’80 è ripreso invece un aumento lento e graduale della loro incidenza, fino a un nuovo picco registrato nei primi anni 2000. Per quanto riguarda la distribuzione geografica la leishmaniosi è una malattia parassitaria diffusa sulla superficie terrestre sotto forma di focolai in 88 paesi, ad eccezione dell’Oceania, in particolare in India, Nepal, Bangladesh, Sudan e Brasile, dove si concentrano il 90% dei casi. In Italia le regioni più colpite sono quelle della costa tirrenica, del basso Adriatico e le isole maggiori. La distribuzione era un tempo “a macchia di leopardo”, con una serie di focolai storici circoscritti, mentre attualmente si distribuisce piuttosto uniformemente in tutte le aree costiere, collinari e pedemontane della penisola. Le uniche aree attualmente non endemiche sono i centri urbani delle città medie e grandi, la pianura padana e i rilievi montuosi sopra i 400-800 metri (secondo la latitudine). Un caso a parte è rappresentato dalle regioni del nord Italia: fino agli anni ’90 queste erano considerate indenni da leishmaniosi e tutti i pazienti diagnosticati negli ospedali del Nord erano considerati casi “d’importazione” (infezioni contratte nel Centro-Sud durante i mesi estivi di vacanza). In seguito (anni 1990-2000) è stata dimostrata per la prima volta la presenza di cani infetti e di insetti vettori anche in Piemonte, Valle d’Aosta, Lombardia, Veneto e Trentino; di recente, poi, sono stati riportati da queste regioni anche i primi casi umani sicuramente autoctoni.



LEISHMANIOSI CANINA, PRIMA MALATTIA PARASSITARIA NEL CANE
La leishmaniosi canina causata dal parassita Leishmania infantum, è trasmessa da un vettore, il flebotomo o pappatacio, piccolo insetto presente principalmente nelle zone rurali o nelle aree boscose urbane o periferiche; si rinviene principalmente nelle zone umide ricche di materia organica, più spesso intorno alle abitazioni. La leishmaniosi canina è costantemente presente in forma endemica in tutte le nazioni che circondano il Mare Mediterraneo. Il flebotomo o pappatacio vive in condizioni atmosferiche tipiche delle nostre latitudini, con temperature superiori ai 15°C e ad altitudini comprese tra il livello del mare e i 1.500 m. Il flebotomo è presente in tutti i continenti, tranne che in Antartide, Australia e Isole del Pacifico. In Italia, la presenza della malattia (misurata in base alla sieroprevalenza) è significativa soprattutto al Centro-Sud e nelle isole maggiori, con punte che possono arrivare al 50 per cento. Recenti studi hanno però segnalato che la malattia si sta diffondendo in zone dove fino ad alcuni anni fa non era presente, come ad esempio il Nord Italia. In inverno i flebotomi scompaiono ma i cani infettati diventano portatori della malattia e permettono alla leishmaniosi di ricomparire ogni anno con il ritorno del bel tempo. Il cane infestato viene punto da un pappatacio, che diviene a sua volta vettore della malattia. I flebotomi infestati pungono i cani sani e li contaminano a loro volta. La modalità di trasmissione dal cane all’uomo è identica. In Italia la preda più ambita da questi pericolosi insetti è il cane, mentre il gatto è assai poco interessato, essendo naturalmente più resistente alla malattia. Quando un cane colpito dalla leishmaniosi viene punto da un pappatacio, questo preleva insieme al sangue il protozoo parassita, che si moltiplica nel suo intestino. Dopo una quindicina di giorni l’insetto, con la puntura, sarà in grado di trasmettere il parassita a un altro cane. Il pappatacio è quindi infettato e infettante per tutto il corso della sua vita, che dura svariate settimane. Quando il cane viene punto, diventa a sua volta portatore del parassita o, come si dice scientificamente, “sieropositivo” per Leishmania. Il periodo di incubazione è molto variabile e può durare anche vari anni, durante i quali il cane può ammalarsi in qualsiasi momento: nel corso di questo periodo di sieropositività, il cane si trasforma in un “serbatoio di parassiti”, in grado di contaminare sia gli altri cani sia l’uomo. Nonostante la presenza dei flebotomi si concentri nel periodo maggio-ottobre, la malattia non assume un carattere di stagionalità, in relazione al lungo periodo d’incubazione che, sperimentalmente, è risultato variare da un minimo di un mese a un massimo di quattro anni. La puntura del flebotomo non causa sempre la malattia, ma solo in una certa percentuale di ospiti. Questa variabilità di risposta all’infezione dipende principalmente dalle difese immunitarie dell’ospite, che influenzano la sua capacità di reagire più o meno all’infezione. Negli animali più resistenti, il parassita rimane nella cute, in quelli più sensibili si diffonde all’interno del corpo, raggiungendo i linfonodi, il midollo osseo, e la milza. L’organismo infettato mette in azione le proprie difese per reagire ai parassiti: questo spesso permette di eliminarne una parte significativa. Eventuali terapie, che devono essere somministrate al cane per tutta la vita, portano solo un miglioramento transitorio della salute dell’animale, ma non riescono a eradicare il parassita. Le ricadute sono frequenti e difficili da trattare: a scadenza più o meno lunga, l’animale è condannato. È una malattia che si può curare ma non guarire.

LA LEISHMANIOSI UMANA
Sono noti casi di leishmaniosi nell’uomo fin dal 1885, quando cominciarono ad essere individuati dei parassiti all’interno delle lesioni cutanee, cosiddette “Bottoni d’Oriente”. Agli inizi del 900 viene isolato il protozoo e riconosciuto il cane come ospite-serbatoio, ma solo nel 1921 il flebotomo è individuato come vettore della malattia. Nell’uomo la leishmaniosi si presenta in due varianti cliniche principali: cutanea e viscerale. Attualmente sono noti vari tipi di leishmaniosi cutanea:
- la forma cutanea localizzata, spesso benigna, evolve verso la guarigione spontanea, ma può lasciare cicatrici sfiguranti sul corpo e sul viso;
- la forma cutanea diffusa è una variante grave della malattia, in quanto si propaga a tutto il corpo. Il suo trattamento è difficile e nella maggior parte dei casi la sua evoluzione è negativa;
- la forma cutaneo-mucosa, infine, è un’altra variante grave della malattia, perché anch’essa è sfigurante. Colpisce la mucosa nasale, distrugge progressivamente il setto nasale e infine coinvolge tutta la mucosa orale, con distruzione delle labbra, del palato, del laringe. La leishmaniosi viscerale zoonotica, senza dubbi la forma più grave della malattia, è mortale nella quasi totalità dei casi se non trattata. Il periodo d’incubazione varia in media fra i 3 e i 6 mesi e la terapia consente la guarigione, ma non protegge da un’eventuale reinfezione. In Europa non sono ancora stati identificati casi autoctoni delle forme più gravi, che invece sono endemici nei paesi in via di sviluppo. In particolare si registrano ogni anno parecchie centinaia di nuovi casi di leishmaniosi viscerale umana nei paesi che si affacciano sul Mediterraneo. La cura richiede un ricovero ospedaliero più o meno lungo, secondo i casi.

La terapia raccomandata dalle ultime linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per tutte le forme di leishmaniosi viscerale consiste in:
- Antimoniali pentavalenti, meno tossici degli analoghi trivalenti impiegati in passato.
- Amfotericina B: è un farmaco antifungino che si è rivelato efficace nelle forme viscerali resistenti agli antimoniali.
- Miltefosina: è un nuovo farmaco per il trattamento delle forme viscerali indiane, promettente per il trattamento orale dei pazienti ambulatoriali.

Nel 1990 l’OMS riportò i casi di leishmaniosi umana nel mondo nel numero di 12 milioni circa, con un incremento intorno a 400.000 - 1.200.000 di nuovi casi ogni anno, in particolare in paesi della fascia equatoriale e subequatoriale. Si distinguono tre forme di leishmaniosi: cutanea, muco-cutanea e viscerale, principalmente delle zoonosi, dove l’uomo rappresenta solo un ospite occasionale, a carattere endemicosporadico, sebbene esistano anche forme che possono causare gravi epidemie.

La caratteristica comune a tutte è la diffusione della malattia a focolai, nei quali le infezioni umane e animali si concentrano.

La diffusione della malattia risulta influenzata da molti fattori:
- ambiente (densità dei flebotomi nelle aree endemiche, altitudine e caratteristiche geologiche del territorio, ecc.);
- clima (temperatura, tasso di umidità, ecc.);
- condizioni socio-sanitarie (malnutrizione, incidenza nella popolazione umana di soggetti affetti da immunodeficienza acquisita, elevata concentrazione di animali infetti, randagismo, ecc.);
- mancanza di presidi immunizzanti (ossia vaccini) efficaci sia nell’uomo che nel cane.

Mentre i maschi si nutrono di succhi vegetali, le femmine pungono la cute per nutrirsi di sostanze organiche degli ospiti (determinando irritazione) e per questo hanno strutture buccali atte a perforare la pelle. Il pasto di sangue da parte delle femmine ematofaghe si compie generalmente durante le ore notturne, con picchi intorno alla mezzanotte e un’ora prima del sorgere del sole; si parla anche di un picco immediatamente dopo il tramonto (Killick-Kendrick, 2002). Una singola puntura può essere indolore, ma l’attacco di più flebotomi provoca quasi sempre un certo dolore. Nel sito dove è avvenuta la puntura può manifestarsi una reazione cutanea locale, pruriginosa, con formazione di una piccola papula che può persistere per alcune settimane. Il volo dei flebotomi è molto silenzioso e di breve durata ed estensione: sono disturbati dal vento e da temperature al di sotto della media estiva. Il pappatacio vive in molte zone d’Italia e le sue aree predilette si estendono dal mare fino a 800 metri di altitudine. Vi sono zone cosiddette endemiche, cioè in cui la malattia è radicata nel territorio.




ZONE AD ALTA PRESENZA DI PAPPATACI IN ITALIA
Regioni Costiere: Basilicata, Calabria Campania, Liguria, Lazio, Toscana, Abruzzo, Molise, Puglia
Isole: Elba, Sardegna, Sicilia

ZONE A MEDIO RISCHIO DI PAPPATACI IN ITALIA
Regioni costiere: Marche, Emilia Romagna orientale
Regioni collinari: Umbria

Infine vi sono le regioni in cui sono stati accertati casi autoctoni di infezione da Leishmania infantum: Piemonte, Emilia Romagna occidentale, Valle d’Aosta, Lombardia, Veneto, Friuli e Trentino. Le altre aree (non endemiche) sono abitualmente considerate non a rischio, anche se recentemente è stato riscontrato un progressivo aumento di casi, legato ai frequenti spostamenti della popolazione canina (viaggi, mostre ecc.). Quello che è certo è che con la bella stagione aumentano i rischi, infatti la stagione dei flebotomi ha inizio con la comparsa dei primi caldi primaverili. Dura normalmente fino al tardo autunno, ma è particolarmente prolungata nelle regioni del Sud Italia dove i pappataci sono presenti tutto l’anno.


LA PREVENZIONE
In assenza di un vaccino e di una cura risolutiva, il miglior rimedio contro la leishmaniosi è la protezione dalla puntura del pappatacio. Pertanto, per coloro che risiedono o soggiornano per le vacanze in aree a r ischio, è consigliabile: - limitare le passeggiate serali del cane
- farlo dormire in casa durante le ore notturne, applicando zanzariere a maglie fitte alle finestre
- fare uso di prodotti repellenti specifici, espressamente formulati e indicati per proteggere dalla puntura dei flebotomi.

Utilizzando tutte queste precauzioni, si limiterà al massimo la possibilità che il cane possa contrarre la malattia. Si suggerisce di rivolgersi sempre a un medico veterinario per avere consigli sulla scelta dei presidi migliori e far controllare regolarmente il cane al fine di verificare che non sia stato infettato. Il collare a base di deltametrina è un medicinale veterinario la cui vendita è consentita, oltre che nelle farmacie, anche nei canali specializzati (pet shop) e non è sottoposta a obbligo di ricetta medicoveterinaria. La deltametrina è una sostanza appartenente alla categoria dei piretroidi di sintesi, in grado di proteggere il cane dalle punture dei pappataci: svolge un’attività topica, non viene cioè assorbita attraverso la pelle dell’animale, ma si deposita nel grasso cutaneo formando una barriera protettiva nei confronti dei pappataci. L’azione protettiva di deltametrina è dovuta all’effetto anti-feeding: il pappatacio, infastidito dalla molecola, non compie il pasto di sangue dall’effetto letale che lo porterebbe a morte entro 24 ore. Deltametrina è ben tollerata dal cane e può essere utilizzata anche nelle cagne in gravidanza e in allattamento e nei cuccioli a partire dalle sette settimane di vita. Deltametrina è invece particolarmente tossica per il gatto. Grazie a una tecnologia farmaceutica innovativa, il principio attivo che impregna il collare (deltametrina) si distribuisce in modo uniforme e continuo su tutta la superficie cutanea, assicurando per cinque mesi, tutta la stagione di attività dei pappataci (maggio-ottobre), un’efficace protezione dalla puntura. l collare è efficace anche in caso di pioggia o di bagni in mare, in quanto l’acqua non è in grado di interferire con il rilascio continuo di deltametrina.



PROGETTO DI RICERCA SCALIBOR®MAP
Negli ultimi anni i pappataci, che sono molto sensibili alle variazioni della temperatura, hanno trovato nelle zone settentrionali dell’Italia o nelle aree interne del Centro Italia nuovi territori da colonizzare. Va poi considerato che il numero dei cani di proprietà è molto aumentato, così come gli spostamenti di questi animali tra le varie regioni, soprattutto nel periodo di attività degli insetti, ovvero quello estivo. È importante dunque che la popolazione sia informata del problema, attraverso una mappatura delle zone dove è presente il flebotomo o pappatacio e dunque dove maggiore è l’incidenza del rischio di infezione. Attraverso l’European Centre for Disease Prevention and Control (Centro Europeo di Prevenzione e Controllo delle Malattie Trasmissibili), la Comunità Europea ha lanciato un programma dedicato alle malattie trasmesse da vettori, sulla base dell’evidenza dell’espansione di tali patologie e dell’aumento del fenomeno della loro importazione da altri Paesi: tra queste, la Leishmaniosi è stata considerata prioritaria. Attraverso questo Programma europeo, numerose Istituzioni in Italia come l’Istituto Superiore della Sanità (ISS), che possiedono la capacità di verificare con criteri scientifici e rigorosi la distribuzione della patologia nel cane e sul nostro territorio, sono impegnate a sorvegliare e mappare con un monitoraggio continuo la diffusione del vettore nel cane. In tal modo la comunità scientifica Italiana è in grado di fornire dati aggiornati e realistici ai Centri europei dedicati al monitoraggio. Il monitoraggio è un’attività fondamentale, perché attualmente, con grande rapidità, zone tradizionalmente non endemiche diventano endemiche, anche in piccoli territori. Si rende noto che, la ragionevole certezza di tali dati dipende da una serie di fattori, tra cui:
- affidabilità della diagnosi
- riscontro ripetuto di cani infetti nei comuni analizzati
- condizioni climatiche favorevoli alla presenza del vettore (pappataci)
- presenza accertata di cani infetti anche in comuni contigui aventi le stesse caratteristiche climatiche.
È inoltre importante tenere presente che la mappatura dei comuni Italiani, rappresentata sulla Scalibor®Map, realizzata da Intervet/Shering-Plough Animal Health, rappresenta la situazione della presenza/assenza di infezione da Leishmania infantum allo stato attuale (febbraio 2011) ed è suscettibile di variazioni nel tempo. La situazione rappresentata sulla Scalibor®Map, frutto degli accertamenti sierologici condotti negli ultimi 6 anni da parte degli Istituti Zooprofilattici, Università e Istituto Superiore di Sanità su oltre 500.000 campioni sierologici ha permesso di concludere quanto segue:
1.La presenza di leishmaniosi canina endemica è stata accertata in circa 2.700 comuni, pari al 34% del totale dei comuni italiani.
2.È stato confermato il dato generale rilevato nel corso del decennio 1990-2000, che vedeva le aree costiere tirreniche, ioniche e insulari come le più colpite: la percentuale dei comuni “positivi” in tali territori, infatti, varia dal 73% al 92%.
3.Si assiste ad un’espansione in Italia centrale verso le aree collinari e pedemontane interne di Toscana, Umbria e Marche.
4.La diffusione verso le aree collinari e pedemontane del Nord Italia, dimostrata nel periodo 2003-2005 con l’accertamento di una ventina di focolai endemici dal Piemonte al Veneto, risulta ulteriormente ampliata: oltre 150 comuni riscontrati positivi in Piemonte e Valle d’Aosta, una trentina in Lombardia, e 80 tra Veneto, Trentino e Friuli-Venezia Giulia.

Scalibor®Map per iPhone, iPod touch, and iPad si trova su iTunes App Store: itunes.apple.com









Fonte: Pro Format Comunicazione – Ufficio stampa







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